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Nel ​tentativo di spiegare il clamoroso successo di Cent’anni di solitudine nel Vecchio Continente, i critici hanno parlato del bisogno dei lettori europei di riscoprire il fascino del romanzo in un momento in cui la narrativa dei loro paesi attraversava una fase di ristagno e sterilità creativa. Il libro di Màrquez aveva tutti gli ingredienti del successo: univa infatti alla suggestione di tradizioni ignote, echi della migliore narrativa europea; affascinava il lettore con le frequenti incursioni nel mondo della magia e del fantastico e gli offriva al tempo stesso una visione in chiave simbolica della realtà storica del continente latino-americano. Il tutto avvolto da una straordinaria vitalità creativa. Si trattava anche della scoperta folgorante di un mondo letterario in ascesa, che salvo i nobili esempi di Neruda o Asturias era rimasto fino ad allora quasi del tutto sconosciuto (e lo rimane ancora in parte, nonostante le numerose traduzioni apparse negli ultimi anni). Oltre a questo, naturalmente, l’unanimità di consensi derivò dal pregio letterario dell’opera, che ha resistito agli “assalti” più minuziosi della critica (dallo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa a numerosi critici italiani come Cesare Segre, Roberto Paoli, Pier Luigi Crovetto e Gabriele Morelli), volti a mettere in luce i meccanismi narrativi del romanzo da diverse angolazioni, e ha conservato intatta nel tempo la sua seduzione originaria.
D’altra parte, il capolavoro marqueziano non nasceva dal nulla: come si è visto, l’universo di Macondo aveva avuto una lenta gestazione e si era sviluppato combinando i ricordi delle esperienze vissute (il mondo magico dell’infanzia e le tormentate vicende politiche della Colombia) con un personale itinerario di scrittura: più che singoli esperimenti, le opere giovanili costituiscono altrettante tappe nell’edificazione del mitico villaggio.
Cent’anni di solitudine è la saga della famiglia Buendìa, in tutte le sue ramificazioni, e abbraccia un secolo della storia di Macondo; in realtà questa misura è puramente simbolica: il racconto prende le mosse da una preistoria mitica in cui “centrifugato dalla collera dell’uragano biblico”. L’origine, lo sviluppo e la decadenza del villaggio vengono scanditi da alcuni significativi riferimenti strorici, come l’arrivo di funzionari governativi, i tentativi di conversione al cristianesimo da parte del padre Nicanor, l’introduzione della ferrovia, il funesto avvento della compagnia bananiera: un piccolo condensato della storia coloniale dell’America Latina. Accanto alla scansione cronologica lineare, esiste una particolare dimensione temporale legata al ricordo del passato e alla capacità di premonizione, che consente di far girare a volontà la ruota del tempo, come è sottolineato dalla ricorsività degli eventi e dal continuo ripetersi degli stessi nomi nei discendenti dei Buendìa fondatori di Macondo. Ma questo “tempo curvo” (secondo la definizione di C. Segre) non gira all’infinito: il movimento rotatorio si arresta nel supremo istante finale, in cui passato, presente e futuro coesistono nella distruzione che cancella Macondo dalla faccia della terra, come era profetizzato nelle pergamente di Meladuìqes.
La solitudine è un altro grande tema del romanzo; si tratta di una condizione mentale, una specie di introversione a cui sono condannati tutti i membri della famiglia e sopratutto quelli di nome Aureliano; il leggendario colonnello, che arriva al punto di grattare “la dura crosta della sua solitudine”, ne è la figura emblematica. Inoltre, la solitudine dei Buendìa è il sintomo di un isolamento endemico in cui vive Macondo, e in una prospettiva più ampia appare come la metafora della condizione umana di un intero continente, isolato per secoli dal resto del mondo e poi travolto dalla colonizzazione.
Gli abulici abitanti di Macondo, e i Buendìa in particolare, se da un lato si rivelano incapaci di dialogare con l’esterno, possiedono in compenso una facoltà eccezionale di comunicare con la natura e decifrarne i segni premonitori; e la natura stessa appare animata e capace di inviare messaggi agli uomini: fra tanti esempi, ricordiamo la pioggia di fiori gialli che segue la morte del patriarca Josè Arcadio Buendìa, o il rivolo di sangue che annuncia ad Ursula la morte del figlio. La stessa solitudine in cui si rinciudono, predispone i Buendìa a captare i presagi: Amaranta, ad esempio, apprende con assoluta naturalezza il giorno e l’ora precisa della sua morte.
Il loro mondo, quindi, si popola di visioni ed eventi magici, i fantasmi dei morti passeggiano tra i vivi senza creare sbigottimento, e perfino i sentimenti si traducono in termini concreti (come le farfalle gialle, materializzazione della sfortuna di Mauricio Babilonia).
Tra le credenze magiche dei personaggi, assume particolare rilievo il timore che i rapporti sessuali tra consanguinei portino a concepire un figlio con la coda di porco: vera e propria ossesione ancestrale, che si verificherà puntualmente nelle ultime pagine del libro, in cui viene generato “l’animale mitologico che avrebbe posto fine alla stirpe”.
Ben colse lo spirito di questa magica epopea la motivazione con cui l’Accademia svedese insignì Màrquez del prestigioso premio Nobel: la reazione di un universo autonomo, in cui si fondono il reale e l’irreale, in cui la morte convive con una strabiliante forza vitale.
Maria Vittoria Calvi

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